Infezioni fungine nel passato

Infezioni fungine nel passato: nuove evidenze dall’Italia centrale

Uno studio internazionale coordinato da Sapienza identifica possibili tracce di micosi in cinque scheletri umani della necropoli altomedievale di Selvicciola, nel Viterbese. La ricerca, pubblicata su Scientific Reports, propone un nuovo modello diagnostico per la paleopatologia

Le infezioni fungine rappresentano oggi un problema sanitario crescente, ma la loro presenza nelle popolazioni del passato è ancora poco conosciuta. Nei resti scheletrici umani, infatti, le alterazioni prodotte dalle micosi possono essere difficili da distinguere da quelle causate da altre patologie.

 

Un gruppo di ricerca internazionale, con la partecipazione della Sapienza Università di Roma, ha analizzato cinque individui provenienti dalla necropoli di Selvicciola, nel territorio di Viterbo, datati tra la tarda Antichità e l’alto Medioevo. Lo studio ha identificato un insieme di alterazioni scheletriche compatibili con infezioni fungine croniche, offrendo nuove informazioni sulle condizioni di salute delle comunità vissute in Italia centrale durante la transizione tra il mondo romano e l’Alto Medioevo.

 

La ricerca ha combinato l’analisi paleopatologica tradizionale con tecniche di tomografia computerizzata e ricostruzione tridimensionale. Questi strumenti hanno permesso di osservare anche strutture interne del cranio, tra cui le tracce dei vasi meningei e le cavità nasali, difficilmente accessibili con la sola osservazione macroscopica.

 

“Le infezioni fungine sono probabilmente sottostimate in paleopatologia, perché le lesioni che producono possono essere poco specifiche”, spiega Ileana Micarelli del Dipartimento di Biologia ambientale della Sapienza. “Il nostro obiettivo è stato quello di proporre un sistema diagnostico più trasparente e riproducibile, che integri l’analisi differenziale delle lesioni ossee con un “threshold method”, classificando le caratteristiche scheletriche in base alla loro rilevanza diagnostica come fortemente diagnostiche, diagnostiche o suggestive di infezione micotica”.

 

Lo studio ha inoltre considerato il contesto ambientale di Selvicciola. La presenza di ambienti rurali, terreni coltivati, corsi d’acqua e cavità naturali potrebbe aver favorito l’esposizione a funghi patogeni attraverso il contatto con il suolo, con gli animali o tramite inalazione di spore.

                                            

Si tratta della prima identificazione di possibili infezioni micotiche in più individui provenienti da uno stesso contesto archeologico. La ricerca mostra come l’integrazione tra bioarcheologia, imaging digitale e ricostruzione ambientale possa contribuire a comprendere meglio il rapporto tra salute, attività quotidiane e ambiente nelle popolazioni del passato.

 

Riferimenti: Buzi C. et al., Bioarchaeological evidence of mycoses during the Late Antiquity–Early Middle Ages transition in Central Italy, Scientific Reports (2026).

DOI: 10.1038/s41598-026-65544-y

 

Info

Ileana Micarelli – Dipartimento di Biologia ambientale

ileana.micarelli@uniroma1.it


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Venerdì, 11 settembre 2026

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