La seconda vita dei rifiuti urbani

Presentazione dei risultati del progetto Res Urbis guidato dalla Sapienza e finanziato dalla Comunità europea nell’ambito del programma Horizon 2020. In tre anni sviluppato un metodo per trasformare i rifiuti organici in bioplastiche biodegradabili

Mercoledì 11 dicembre alle ore 9.30 presso il Complesso Monumentale - piazza di San Salvatore in Lauro, verranno presentati i risultati di Res Urbis - RESources from URban BIo-waSte, il progetto nato nel 2017 nei laboratori del Centro di Ricerca per le Scienze applicate alla protezione dell’ambiente e dei beni culturali (CIABC) della Sapienza per valorizzare gli scarti urbani di origine organica e divenuto negli anni un esempio europeo di economia circolare.

In questo triennio di attività Res Urbis ha sviluppato, sotto la guida del coordinatore Mauro Majone, una filiera tecnologica innovativa, in grado di integrarsi facilmente con gli impianti già esistenti, che ha garantito il raggiungimento di un duplice obiettivo: minimizzare i quantitativi di rifiuti da smaltire in discarica e ottenere nuovi prodotti bio ed eco-compatibili usando gli stessi scarti come risorse rinnovabili alternative al petrolio.


A tal fine due impianti pilota, alimentati rispettivamente con rifiuti liquidi provenienti dalla lavorazione della frutta e con una miscela di liquami estratti dalla frazione organica dei rifiuti solidi urbani, hanno operato in maniera continua per produrre le cosiddette bioplastiche del futuro basate su poliidrossialcanoati (PHA), come il poliidrossibutirrato (PHB), il poliidrossivalerato (PHV) e il loro copolimero poliidrossibutirrato-covalerato. Sostenibili e biocompatibili, questi materiali hanno le stesse proprietà meccaniche delle plastiche più comuni e ne costituiscono la migliore alternativa.

In particolare, gli scarti urbani hanno trovato una seconda vita nei settori dell’imballaggio (film biodegradabili e compositi), della produzione di beni di consumo durevole (quali ad esempio i telai di computer, tablet e telefoni) e del risanamento ambientale (quali materiali a rilascio controllato per la bonifica di falde sotterranee contaminate)

L’obiettivo tecnologico di convertire i rifiuti organici urbani in bio-prodotti, mediante una bioraffineria integrata, è stato combinato con analisi tecniche ed economiche dei sistemi di gestione dei rifiuti ed è stato testato su cinque “cluster” territoriali di oltre 500.000 abitanti. Al termine del progetto, è stata dimostrata la fattibilità dell’intera catena tecnologica di Res Urbis in questi territori prendendo in esame tutti gli aspetti tecnici e non tecnici (economici, normativi, sociali e ambientali). Inoltre, attraverso il ricorso a un questionario, è stata realizzata un’indagine in merito all'accettazione da parte dei consumatori di prodotti da rifiuti urbani e i risultati hanno mostrato un’accoglienza positiva da parte degli utenti.

Avviato nel 2017 con un finanziamento di circa 3 milioni di euro nell’ambito del programma Horizon 2020, Res Urbis ha visto la collaborazione di diverse università italiane e 21 partner tra imprese, associazioni e amministrazioni pubbliche provenienti da 8 Paesi europei e si è inserito in un quadro di ricerca e sviluppo specificatamente finalizzato a promuovere l’economia circolare.

Spiega Mauro Majone "Al termine del progetto pensiamo di aver dimostrato, almeno alla scala pilota, che è tecnicamente fattibile produrre polimeri biodegradabili da rifiuti organici di origine urbana. Il processo è ambientalmente ed economicamente sostenibile nonché ben integrabile all'interno degli attuali sistemi di trattamento dei rifiuti. Le plastiche biodegradabili che se ne possono derivare presentano un buon potenziale di mercato, anche in sostituzione di plastiche convenzionali di origine petrolifera. In tal modo, l'approccio seguito si allinea perfettamente alle attuali politiche europee di sviluppo di una bioeconomia circolare."

 

 

Lunedì, 09 dicembre 2019

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