Piattaforma lago di Ocrida

Regione mediterranea a rischio di inaridimento: la spiegazione arriva dal passato e riguarda il clima globale

Un nuovo studio internazionale, a cui ha preso parte un team tutto al femminile del Dipartimento di Biologia ambientale della Sapienza, ha ricostruito la storia dei cambiamenti climatici dell’area del Mediterraneo a partire dall’analisi dei fondali di uno dei laghi più antichi d’Europa (1 milione e 360 mila anni). I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Nature

Il team scientifico internazionale SCOPSCO (Scientific COllaboration on Past Spectation Conditions in lake Ohrid) ha pubblicato sulla rivista Nature i risultati di uno studio paleoambientale sul Lago Ocrida (Ohrid in inglese), il più antico d’Europa, situato al confine tra Albania e Macedonia del Nord, noto per la sua eccezionale biodiversità con oltre 300 specie animali e vegetali endemiche. 

Obiettivo della ricerca è studiare il clima della regione mediterranea afflitta da un progressivo inaridimento, probabilmente collegato all’andamento delle precipitazioni dalle quali dipende la disponibilità idrica e la qualità della vita di oltre 450 milioni di persone.

In particolare lo studio ha descritto i cambiamenti ambientali del passato avvenuti in risposta all’alternanza di periodi glaciali e interglaciali. Le analisi geochimiche e polliniche hanno permesso di capire che durante i periodi caldi e a maggior contenuto di CO2 nell’atmosfera si osserva un aumento del contrasto stagionale con estati molto più aride e autunni con forti precipitazioni. Lo studio ha inoltre documentato importanti connessioni tra il sistema climatico mediterraneo e quello monsonico africano mettendo in evidenza la stretta relazione tra clima regionale e globale. Il confronto tra i dati e i modelli climatici sviluppati nell’articolo mostra un intensificarsi dei cicloni sul Mediterraneo occidentale, soprattutto in autunno. L’aumento della ciclogenesi sarebbe legato, secondo questa ricerca, al riscaldamento anomalo della superficie del mare durante l’estate.

Effetti simili potrebbero derivare dal recente riscaldamento climatico di origine antropica, e in questo contesto, le ricerche sul Lago di Ocrida potranno essere utili per risolvere alcune delle incertezze presenti nel rapporto della commissione intergovernativa sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC) e migliorare le proiezioni future.

Il lavoro di perforazione dei sedimenti del fondo del Lago Ocrida, effettuato grazie a uno dei progetti di maggior successo del consorzio ICDP (International Continental Scientific Drilling Program) e cofinanziato da enti di ricerca nazionali, tra cui, per l’Italia, l’Istituto di geofisica e vulcanologia (Ingv) e il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), ha raggiunto una profondità di 568 metri, superando una colonna d’acqua di 245 metri. Gli studiosi hanno impiegato cinque anni, tramite l’analisi delle diverse proprietà delle carote di sedimento recuperato, per rivelare che il lago si è originato 1,36 milioni di anni fa e che è esistito senza soluzione di continuità.

Il team SCOPSCO, diretto da Bernd Wagner dell’Università di Colonia (Germania), coordinato per l’Italia da Giovanni Zanchetta dell’Università di Pisa, vede Laura Sadori del Dipartimento di Biologia ambientale come coordinatrice del gruppo di palinologia, infatti tra i dati ottenuti, di gran rilievo è quello del polline fossile, che è stato studiato da un gruppo internazionale di palinologi, SCOPSCO Pollen Group, primo a vedere un così alto numero di esperti lavorare in sinergia su un unico archivio. Per Sapienza ne fanno parte, oltre a Laura Sadori, Alessia Masi, data manager, e Gaia Sinopoli che ha svolto la sua ricerca su questo argomento nell’ambito del Dottorato in Scienze della Terra, curriculum in Ambiente e beni culturali.

 

Riferimenti:

Mediterranean winter rainfall in phase with African monsoon during past 1.36 million years - Wagner, B. Vogel H., , Francke A., Friedrich T., Donders T., Lacey J., Leng M., Regattieri E., Sadori L., Wilke T., Zanchetta G.,Albrecht C., Bertini A., Combourieu-Nebout N., Cvetkoska A., Giaccio B., Grazhdani A., Hauffe T., Holtvoeth J., Sebastien Joannin S., Elena Jovanovska E., Janna Just J., Kouli K., Kousis I., Koutsodendris A., Krastel S., Leicher N., Zlatko Levkov Z., Katja Lindhorst K., Masi A., Melles M., Mercuri A.M., Nomade S., Nowaczyk N., Panagiotopoulos K., Peyron O., M. Reed J.M., Sagnotti L., Sinopoli G., Stelbrink B., Sulpizio R., Timmermann A., Tofilovska S., Torri P., Wagner-Cremer F., Wonik T., Zhang X. – Nature (2019) DOI https://doi.org/10.1038/s41586-019-1529-0

 

Info

Laura Sadori
Dipartimento di Biologia ambientale, Sapienza Università di Roma
laura.sadori@uniroma1.it

Alessia Masi
Dipartimento di Biologia ambientale, Sapienza Università di Roma
alessia.masi@uniroma1.it

Mercoledì, 04 settembre 2019

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