rettorato

Lo scalone torna a splendere

Restituire il monumento dove era e come era: identità e storia nel progetto di restauro della scala monumentale del Rettorato. L'articolo di Enrico Bentivoglio - direttore dell’Area Gestione edilizia, per Sapienza Magazine 2/2025

Bisogna avere fiducia nel principio umano di identificazione delle cose, bisogna scegliere e dalla scelta deriva il progetto, perché la conservazione non è più una tecnica ma un fine. Il progetto di conservazione deve precedere le tecniche di intervento, i mezzi per ottenere il risultato desiderato. Il concetto di restauro che ci ha ispirato, derivato dalla Carta del Restauro di Cracovia, è quanto di più appropriato nel caso della ricostruzione dello scalone del Rettorato: un intervento improntato sulla doppia necessità di ripristino dell’immagine e nuova tecnologia, tra il restauro e la replica.

La scelta adottata della ricostruzione “come era e dove era” non è nuova. Il ripristino dell’immagine per la ricostruzione dello scalone ha interessato per intero la sua struttura, riproponendone esattamente la geometria, le dimensioni e le partiture come erano e dove erano. Gli elementi lapidei che rivestivano all’esterno la struttura originaria, realizzata tra il 1932 e il 1935, sono stati dapprima catalogati in situ, poi rimossi con cura assicurandone la loro completa integrità, restaurati e ricollocati in opera sulla nuova struttura in calcestruzzo armato, secondo le giaciture e le posizioni del progetto originario di Marcello Piacentini.

Lo scalone del rettorato fu realizzato tra il 1932 e il 1935, anno in cui venne inaugurata la Città Universitaria. Alla cerimonia parteciparono i delegati di tutte le maggiori università del mondo

Ma per comprendere l’ultimo miglio relativo al restauro non ci si può esimere dal ripercorrere tutto il segmento storico che ci ha portati ad ammirare la maestosità e la purezza geometrica dello scalone del Rettorato. La Città universitaria di Roma fu inaugurata il 31 ottobre 1935 e durante la cerimonia di inaugurazione, a cui parteciparono delegati di tutte le maggiori università del mondo, l’allora Capo del Governo espresse parole di profondo significato politico rispetto al momento dell’epoca. Il giorno dopo l’inaugurazione la Sapienza iniziò la sua vita con un’altra solenne cerimonia: il conferimento della laurea ad honorem al Re d’Italia. Il Regno di Italia aveva trovato nel 1870 l’Università di Roma nella sua magnifica e tradizionale sede della Sapienza, che rifulgeva delle architetture del Borromini e di Giacomo della Porta, quale il regime papale l’aveva costruita. Ma la crescente necessità dell’insegnamento scientifico, le nuove esigenze dei tempi, il continuo incremento della popolazione scolastica l’avevano resa evidentemente insufficiente: i nuovi istituti di insegnamento scientifico che non avevano trovato posto nel palazzo della Sapienza si erano così adattati in altri antichi edifici. L’idea di concentrare in una sola e nuova sede moderna tutti gli istituti universitari doveva trovare soltanto nel clima politico dell’epoca comprensione e giustificazione. Infatti, nel 1930, per espresso interessamento del Capo del Governo avvenne il primo fatto concreto per l’attuazione del grande piano: un’immensa area di 220.000,00 mq, situata in una delle zone di espansione moderna di Roma e a oriente della città, veniva assegnata dallo Stato all’Università di Roma. L’allora rettore De Francisci realizzava la costituzione del Consorzio per l’assetto edilizio dell’Università, con il concorso finanziario dello Stato, del Governatorato e della Provincia di Roma, del Consiglio provinciale dell’economia corporativa, dell’Istituto nazionale delle assicurazioni, dell’Istituto nazionale fascista per la previdenza sociale, del Consorzio di credito per le opere pubbliche e dell’Istituto di credito per le imprese di pubblica utilità.

Il più grande ateneo d’Europa doveva essere costruito con il contributo di tutta la nazione, per questo furono chiamati, insieme a Piacentini, alcuni giovani architetti scelti tra i migliori in ogni regione d’Italia

Nella primavera del 1932 il giovane architetto Marcello Piacentini veniva chiamato al compito di predisporre il progetto della Città universitaria e di dirigere i lavori, nonché di definire i limiti e le caratteristiche del tema architettonico per la sede del principale centro di studi del Mediterraneo, esprimendo in questo progetto le più alte e moderne possibilità della tecnica costruttiva italiana. Tre anni di tempo venivano stabiliti per l’ultimazione delle opere, termine relativamente breve in confronto all’enorme mole di lavoro da compiere, che impose di provvedere a una organizzazione pressoché perfetta delle attività. Quasi a significare che il più grande ateneo d’Europa dovesse essere costruito con il contributo di tutta la nazione, il Capo del Governo volle che fossero chiamati insieme a Piacentini alcuni giovani architetti scelti tra i migliori in ogni regione d’Italia, suddividendo tra di loro l’arduo compito. Questo primo grande esperimento del metodo di collaborazione diede risultati eccezionali nella fase esecutiva del lavoro, come già li aveva dati nella redazione dei progetti. Il tema architettonico della Città universitaria di Roma si presentava non semplice sotto il triplice aspetto urbanistico, tecnico ed economico. La forma dell’area assegnata, quasi rettangolare, permise a Piacentini di proporre un impianto a schema basilicale, il cui asse principale congiungeva l’ingresso monumentale di viale delle Scienze agli altri edifici posti secondo un insieme raccolto e ordinato, quasi con intento gerarchico, nei confronti dell’edificio principale costituito dal Rettorato. L’edificio che racchiude il Rettorato, l’Aula magna e la Biblioteca si trova in asse e di fronte al vialone centrale e chiude, unitamente a quelli a esso affiancati delle Facoltà di Lettere e di Giurisprudenza, il lato lungo del vasto foro trasversale, centro della composizione urbanistica e architettonica della Città universitaria. La speciale situazione caratterizza di per sé il valore monumentale e rappresentativo dell’edificio.

Il Rettorato, rivestito interamente in travertino, posto a una quota leggermente più alta degli altri edifici, conchiude la fuga prospettica sempre con una lunga fronte orizzontale; la sua preminenza non disturba l’andamento generale delle linee architettoniche che disegnano la Città universitaria. Il protiro centrale riprende il motivo del portico, poggiando i suoi quattro pilastri su una gradinata; gli spessori dei pilastri, non molto inferiori alla statura di un uomo e la loro eccezionale altezza di quindici metri, danno un’impressione nitida e forte di imponenza. Dimostrano, come è necessario, di essere stati immaginati sul posto; il taglio delle pietre è concepito realisticamente come rivestimento di un’anima di cemento armato senza economia nello spessore delle lastre che viene lasciato apparente. Tale rivestimento lascia pensare che esso possa sostenersi anche quando l’ossatura interna venisse tolta. Questo effetto si può trovare anche nello scalone che conduce all’atrio dell’Aula magna, delimitato dal grande portale segnato dai quattro grandi pilastri esterni e due all’interno. L’anima dello scalone è stata realizzata anch’essa in cemento armato rivestito da grandi elementi in travertino che lo hanno protetto sin dalla sua costruzione.

La forte compromissione delle condizioni di sicurezza strutturale imponeva la demolizione e la successiva ricostruzione. Il restauro ha interessato per intero la struttura, riproponendone esattamente geometria, dimensioni e partiture

Dopo circa novanta anni di vita e diversi interventi di rinforzo e riparazione, gli esami strumentali condotti sulla struttura in cemento armato dello scalone ci ha restituito risultati inconfutabili: il calcestruzzo e le armature dell’ossatura portante erano giunti alla fine del loro percorso. I risultati delle indagini strutturali ci avevano comunicato che occorreva intervenire con urgenza sulla scala più rappresentativa della Città universitaria, occorreva correre in soccorso di quel segno di maggiore caratterizzazione del progetto piacentiniano reso a lungo inagibile a causa del pessimo stato di conservazione delle componenti strutturali ormai divenute inaffidabili a causa dell’insulto del tempo e della scarsa qualità dei materiali utilizzati per la sua costruzione. Terminate le indagini sulle strutture, lunghe e complesse, in fase di redazione del progetto di restauro, è stato determinato che la forte compromissione delle condizioni di sicurezza strutturale ne imponeva la demolizione e la successiva ricostruzione, appunto “come era e dove era”, attraverso la fedele riproposizione dei materiali, della dimensione, della maglia strutturale e della geometria del progetto piacentiniano. Ma una preoccupazione ci ha accompagnato per molto tempo: e per il travertino che aveva protetto la struttura originaria per quasi novanta anni cosa si poteva fare? Con una pazienza e una maestria di altri tempi, tutti gli elementi lapidei che rivestivano la superficie esterna dello scalone sono stati prima catalogati uno per uno, poi rimossi pressoché integri, successivamente riposti ordinatamente su delle scaffalature costruite appositamente in cantiere, restaurati e ricollocati in opera sulla nuova struttura in cemento armato, secondo le giaciture e le posizioni originarie. Per scongiurare il deterioramento e la perdita di capacità portante della nuova struttura in calcestruzzo, è stato posato un manto impermeabile a garanzia della perfetta tenuta all’acqua e realizzato un sistema di smaltimento delle acque meteoriche assicurato anche da un sistema di raccolta a scomparsa collocato al piede dello scalone e perfettamente integrato nel disegno generale.

La nuova struttura, ammantata dal travertino piacentiniano riportato a nuova vita dopo il restauro materico, risponde alle moderne prescrizioni normative garantendo un livello di sicurezza statica evidentemente maggiore rispetto a quello offerto dalla struttura originaria alla data della sua prima costruzione. La nuova fondazione su cui poggia lo scalone è costituita da una platea in calcestruzzo dello spessore di 50 centimetri, poggiata su un reticolo di 110 pali, profondi fino a circa 35 metri, che hanno risolto il noto problema della scarsa portanza dei terreni su cui poggia l’intera Città universitaria. La nuova struttura dello scalone, infine, è stata resa completamente indipendente dall’edificio del Rettorato, dal quale è separata da un giunto strutturale che assicura una totale autonomia strutturale dei due edifici soprattutto in caso di eventi sismici. L’intervento è stato affidato e coordinato dall’Area Gestione edilizia della Sapienza. Il progetto di ricostruzione dello scalone è stato redatto dall’architetto Giacomo Casella, il Responsabile unico del procedimento è stato l’ingegner Stefano Tatarelli, mentre i lavori sono stati diretti dall’architetto Giovanni Dibenedetto ed eseguiti dall’impresa Francesco Di Criscio Srl.

Lo scalone del Rettorato gremito di studenti segna l’inizio di una sua rinnovata centralità, non solo dal punto di vista architettonico, ma anche sociale

Aver restituito lo scalone all’intera comunità di Sapienza è stato motivo di grande soddisfazione e orgoglio anche nei riguardi di chi ci ha lasciato questa meravigliosa testimonianza di architettura razionalista italiana. Ritrovare lo scalone del Rettorato gremito di studenti che parlano o seguono una lezione o, addirittura, sostengono un esame ha segnato l’inizio di una rinnovata stagione che vede lo scalone del Rettorato riconquistare la sua originaria centralità, non solo architettonica, ma anche sociale, nello schema planimetrico adottato dal Piacentini che, come lui stesso asserì, “trae tutta la sua grandiosità dall’ordine e dalla simmetria basamentale: i vari edifici però che vi prospettano sono formati da masse che si bilanciano, ma non sono affatto uguali fra loro”.

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